Maelstrom
Che bella, Piazza della Signoria! Mi è sempre piaciuta: non dico che
è bella solo perché bello è il modo in cui sono
capitato qui, ora. Precipitato, dovrei dire, piuttosto. Quando ero piccolo
abitavo a Bologna, lei invece a Padova. Poi lei si trasferì a
Bologna, perché figlia d'un rampante banchiere che saltava da una
città all'altra con l'agilità d'una pulce. Lì
c'innamorammo (lo dico con una certa soddisfazione, perché fino
a non molto tempo fa avrei usato, piuttosto: m'innamorai). Finché
la pulce non saltò a Milano (ma comunque la mia bella innamorata,
ahimé, lo seguiva assai volentieri...). Tutto questo accadeva
dieci anni fa. Dopo dieci anni tutti e due, lei da Milano, io da Bologna,
siamo precipitati in Piazza della Signoria, a Firenze.
È stata lei a propormi d'incontrarci qui. La settimana scorsa
dovetti telefonare, per affari, ad una banca milanese. Il centralino
mi passò l'ufficio competente. La responsabile mi rispose, e si
presentò. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi riconobbi la
voce, l'intonazione: tutto. Le proposi di vederci, lei accettò.
«A Firenze, in Piazza della Signoria», mi disse. L'idea mi piacque
molto, decidemmo per incontrarci oggi, ed eccomi qua. «In una banca»,
pensai. Poverina.
Così, oggi, quel che mi riempie di meraviglia è una cosa
sola: quanto lento si muova l'orologio a una sola lancetta del Palazzo
Vecchio. Per un momento ho avuto il terrore di doverlo veder scorrere
troppo velocemente, quell'orologio, nel caso che lei non fosse venuta.
Ma poi ho pensato che a neanche cento metri da me sta l'Annunciazione
di Simone Martini, ho controllato che non ci fosse un'insormontabile
coda di turisti, e mi sono messo l'anima in pace. Osservando le persone
nella Piazza, aspettavo. Cercavo di immaginarmi come si fosse vestita.
Avrebbe avuto una divisa da banchiere? Confesso che lo ritenevo possibile,
e temevo che questo avrebbe provocato, subito e irrimediabilmente, una mia
enorme delusione. D'altra parte ero certo che non indossava più
quegli abiti neri, che mi piacevano tanto perché facevano
risaltare il suo incarnato chiaro, e quindi ancora di più i suoi
occhi nerissimi, nei quali mi divertivo sempre a cercare le pupille, che
non riuscivo mai a vedere (ma ogni volta avevo la sensazione d'aver visto
più profondamente lei: per questo amavo completamente i suoi occhi
nerissimi— non potevo mai smettere di cercarvi qualcosa, non potevo fare
a meno di trovarvi qualcosa, non potevo mai essere soddisfatto per sempre
di quel che avevo trovato). Pensavo che adesso lei si vestisse d'una via
di mezzo, che le permettesse decoro al lavoro, ma che insieme mi potesse
ricordare di lei com'era dieci anni fa.
Il sole caldo di questa giornata di aprile rischia di appassire il mio
mazzolino, pensavo. E mentre sorridevo di questa sciocchezza, ci vedemmo.
È vestita d'un estivo abitino bianco, e porta un grazioso cappello
di paglia, con un fiocco rosso come le scarpe. La trovo incantevole, anche
se faccio fatica a indovinare il suo viso, così da lontano e coperto
dagli occhiali da sole. Vestita di bianco... l'esatto opposto di dieci anni
fa. Ma l'esatto opposto anche del tailleur grigio che temevo. Una
meravigliosa sorpresa (e chi dubitava, del resto, che avesse smesso
d'esser sorprendente?). Ci avviciniamo, lei ha un'andatura strana,
dondolante. Scherza. La bocca mezza aperta si atteggia a un sorriso
di sorpresa. Apro anch'io la mia. Voglio scherzare anch'io: la indico
col dito e mi dipingo l'espressione più stupita che posso sulla
faccia. Ci avviciniamo dondolando l'uno all'altro. Passo dopo passo
esamino il suo volto. Mi dà fastidio tutto quel che è
cambiato, i segni del tempo che è passato, i segni che la fanno
ai miei occhi diversa da allora, lontana dal nostro amore, estranea al
mio presente. Allora m'impegno a cercare tutto quel che è rimasto,
e meno con sorpresa che con gioia, dietro a ogni segno dei dieci anni che
ci separano l'uno dall'altra, trovo le cose di allora. Passo dopo passo
torno indietro negli anni, finché siamo distanti non più
di due o tre passi. Ci fermiamo, continuiamo a scrutarci. Inizio a girarle
attorno. Ci scrutiamo come per sincerarci che siamo ancora noi. Ci giriamo
attorno. All'improvviso sento il suo profumo, lo stesso di dieci anni fa,
che amavo tanto. Ci abbracciamo, a lungo, e più volte ci separiamo
per tornare ad abbracciarci.
«Sei ancora tu», mi dice. Banalità per banalità: «Lo ammetto».
Silenzio. Forse non abbiamo nulla da dirci? Sudo freddo. «Temevo che il
mazzolino appassisse, sotto a questo sole», dico, le porgo i fiori, lei
li prende sorridendomi. Sta ancora zitta. La sciocchezza sui fiori che
appassiscono, neanche divertente e che anzi sembra rimproverarle un ritardo
che non c'è, moltiplica il mio imbarazzo. Indovino che tace
perché la diverte, o forse le piace, il mio imbarazzo. «Sei
ancora tu», ripete quasi ridendo. Buffo: questa volta non è
più una banalità, il mio imbarazzo scompare come d'incanto
e la invito a sederci perché, naturalmente, avremo tante cose da
raccontare...
Seduti al caffè, rivolti verso il Palazzo Vecchio, parliamo,
parliamo, parliamo. È il tentativo disperato di rinchiudere
dieci anni di eventi, di sentimenti, di esperienze, curiosità,
cose degne di nota e banalità, viaggi, pensieri. Di rinchiuderli
dentro allo spazio e al tempo concesso da una tazza di tè e da un
vassoio di pasticcini. È un'impresa disperata, e non tardiamo ad
accorgercene. Eppure continuiamo, perché la nostra volontà
d'annullare quei dieci anni trascorsi è più forte di
qualsiasi altra riflessione. Si compie il miracolo. Come prima, nella
piazza, ci giravamo attorno guatandoci come due cani si studiano,
così qui seduti al caffè le nostre parole, i nostri
discorsi, s'inseguono in tondo, si scrutano, s'annusano, e pian piano
si avvicinano, uscendo le parole sempre più facilmente, sempre
più immediate. Lentamente, con la lentezza che è loro
necessaria, i cerchi dei nostri racconti si stringono attorno a un
centro. Entrambi conosciamo esattamente questo centro. Abbiamo parlato
di noi: dei nostri lavori, lei m'ha parlato della sua famiglia, io della
mia vita solitaria. Poi lei ha iniziato a raccontarmi dei suoi sentimenti,
io a raccontarle del mio ultimo amore. Il cerchio va sempre più
stringendosi, e i racconti s'allontanano dal presente. Mi racconta di
quando conobbe chi sarebbe poi diventato suo marito, le racconto di
quella mia passione fortissima, vissuta pochi anni dopo che ci lasciammo.
Il cerchio si stringe, si stringe. Le parole, prima copiose e veloci,
sono adesso più rare, ma il peso di ognuna aumenta. L'espressione
del volto, e poi quella degli occhi, si legano alle parole che pronunciamo,
e i nostri sguardi, e le nostre parole vengono dalla regione più
profonda del petto. Una sorta di ebbrezza si va impadronendo di noi: da
quanto tempo non ci capitava di scendere in quella regione profondissima?
Cosa ci nasconde, cosa ci riserva?
Le tazze, il vassoio sono vuoti. Gli altri tavoli, il Palazzo Vecchio
inghiottiti dai suoi occhi nerissimi. Siamo soli, noi due. Siamo in
silenzio: ci guardiamo con un impercettibile sorriso. Ma le minuscole
pieghe agli angoli della sua bocca, insieme al suo sguardo, sono un mondo
intero. Il cerchio delle nostre parole ha cessato di stringersi. Abbiamo
raggiunto il centro. Siamo in silenzio, e il nostro silenzio non lo rompe
il cicaleccio dei tavoli vicini, né il frastuono della macchina
che pulisce la piazza. È come ci guardassimo intorno, in quella
regione profondissima dei nostri petti, e cercassimo di abituarci di
nuovo a questa assoluta intimità. Ci guardiamo attorno, i miei
occhi fissi nei suoi, i suoi nei miei. Riprendiamo confidenza con la
nostra antica intimità. Ho paura a muovere un solo passo. Ho paura
che il terreno crolli sotto ai miei piedi. Passati dieci anni, quel terreno
saprà ancora reggere il mio peso? Respiro appena. Ci separano pochi
metri: ma un solo passo può dividerci senza scampo. Mi accorgo che
il silenzio ha cominciato a rendere il terreno sempre più fragile.
È un lampo che attraversa i miei occhi, e che vedo immediatamente
riflesso nei suoi. Faccio un gran respiro, apro la bocca, ricominciamo a
parlare.
Non parlo più di me, non parla più di lei. Ecco i nostri
sentimenti, nostri di me e lei insieme. Ecco che, lentissimamente, parliamo
di noi, del nostro giovane amore, meno con le parole che con i volti.
Ecco che, lentamente, cominciamo di nuovo a scrutarci e a girarci intorno.
Prima ricordiamo certi episodi. Ricordiamo certe belle giornate condivise,
una festa, una giornata in campagna. Ricordiamo il posto dove andavamo a
baciarci. Ricordiamo la prima volta che ci baciammo. Cominciamo a ricordare
cose che non ci eravamo mai confessati: certe speranze, certe angosce,
certe sorprese liete e certe delusioni che in quegli anni ciascuno di noi
non aveva mai osato rivelare all'altro. Cominciamo a farci delle domande:
ci diciamo l'un l'altro quelle cose importantissime che non ci chiedemmo
mai, che fecero terminare il nostro amore. Ogni momento che passa le nostre
parole si fanno sempre più deboli, i nostri gesti sempre più
pesanti. Ormai comunichiamo non più con le parole, e uno sguardo
più profondo, lo sfiorarsi delle nostre mani, le carezze, i sorrisi:
questo è ciò che conduce il discorso, queste le cose che
significano. Finché del tutto facciamo a meno delle parole.
Continuiamo il nostro girare intorno, intorno ad un centro che via via
si fa più chiaro. Ogni volta che crediamo di averlo raggiunto
allunghiamo una mano per coglierlo, ma ci accorgiamo che non è
più lì. E lentamente inizia di nuovo la nostra spirale,
la nostra doppia spirale. Ad ogni passo è più chiaro dove
andremo a finire. In questo modo, passo dopo passo, abbiamo lasciato il
caffè, abbiamo passeggiato senza far caso ai monumenti attorno a
noi, ci siamo abbracciati, ci siamo baciati, abbiamo raggiunto l'albergo,
la camera, ci siamo baciati di nuovo, e accarezzati, e spogliati, abbiamo
fatto l'amore.
* * *
Un insensibile potrebbe insinuare che quello lì sia stato il
centro verso il quale una forza misteriosa inevitabilmente ci ha
trascinato. Il mio centro, la mia meta, il suo sesso; la sua meta
il mio. Nulla di più falso. L'incontrarsi dei nostri sessi
non è stato diverso da tutto quello che lo ha preceduto: solo
più intenso. Nell'incontrarsi dei nostri sessi si è
rispecchiato esattamente lo scherzoso dondolarsi che ci ha catturato
appena incontrati. È stato il dondolare dei nostri piaceri.
Che la mia meta sia stata il suo piacere, e la sua il mio? Questo
è già più verosimile, ma non è ancora la
verità.
In realtà il centro misterioso che abbiamo cercato dal primo
istante, dubito che esista. In realtà il nostro avvicinarci e
allontanarci e di nuovo avvicinarci, il nostro guardarci sempre
più da vicino, sempre più in profondità, il
nostro capirci usando sempre meno le parole, non potevano raggiungere
la loro meta. Prima aver bisogno di mille parole, per mostrare se
stessi. Poi solo di poche parole. Poi solo di un gesto. Solo di uno
sguardo. Di un respiro. Poi? Proprio questa è la meta ricercata:
il cercarla, l'interrogativo che rimane senza risposta.
Il terrore prende allora la forma dell'abisso: girando attorno a un
centro che non c'è... Quel che tanto ardentemente s'è
cercato e desiderato, non esiste... Quelle muraglie e quei fossati che
abbiamo saltato e scavalcato, non racchiudevano nulla. Quello che tanto
abbiamo agognato, quello cui abbiamo dato il più alto valore, non
è nulla. Nulla, dietro alle nostre parole. Il piede vacilla
sull'orlo. Il terreno cede. Qualcosa cade nell'oscurità. Cosa
può salvarci dalla mortale caduta nell'abisso?
Lei adesso mi è lontana, nella sua casa, con suo marito, con
persone amiche che non conosco, con una vita a me ignota, rivelatami
solo dai suoi racconti, e dunque solo parzialmente, minimamente. È
questa lontananza che eccita in me il pensiero del nulla e dell'abisso. Ma
la spaventosa visione di esso mi riporta alla mente il ricordo di lei, il
ricordo della nostra giornata, il nostro amore che tanti anni non sono
riusciti a sopire. Paradossalmente è l'abisso a salvarmi, a
evitarmi di precipitare nel nulla. È la visione di questo
(terrificante perché chiarissima) a spingermi di nuovo verso
di lei, a riaccendere la tensione vitale del nostro girarci attorno,
del nostro cercare. Se l'oggetto del nostro cercare non esiste, o è
incomprensibile, o irraggiungibile, esso altro non può fare che
spingermi di nuovo verso di lei. Si vive nella tensione suscitata dalla
ricerca, e l'abisso oggetto della ricerca crea il terrore che dà
energia a quella tensione. Più ci si avvicina all'abisso, dunque,
più forte riuscirà la tensione. Io l'amo e passeggio senza
cautela sull'orlo.
Sommario di Alto
Tradimento #5
Vera Storia di James Bludd -
Buio
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